Questo racconto semplice e spontaneo
della sua gioventú e
della sua difficile vita scientifica, dove successi,
delusioni e amarezze si susseguono, rappresenta, per
me, Max Perutz come l’ho conosciuto, fin da quando,
agli inizi degli anni Cinquanta, arrivai da New York
a Cambridge, portando in un thermos dei cristalli di
emoglobina S.C.A. (anemia a cellule falciformi), il primo
caso di malattia ereditaria molecolare secondo Linus
Pauling. Avevo avuto la fortuna di ottenere questi cristalli
nel Polymer Institute di New York, lavorando come borsista
dell’UNESCO, diretto da un noto chimico-fisico
viennese: Herman Mark, lo stesso che aveva presentato
per distrazione Max Perutz al geniale cristallografo
irlandese John D. Bernal, come lo stesso Perutz racconta,
invece che a un biochimico.
Max Perutz mi aveva invitato a Cambridge per lavorare
con lui, con un contratto di ricercatore, nel Medical
Research Council, nella piccola “unità” che
operava nel celebre Cavendish Laboratory diretto da Sir Lawrence Bragg, premio
Nobel, con suo padre William, per la scoperta della diffrazione dei raggi X nei
cristalli. Ho sempre mantenuto, dopo il mio rientro in Italia, rapporti scientifici
con visite frequenti e un’affettuosa amicizia con Max per poco meno di
mezzo secolo.
Da questo libro di Max Perutz emergono chiaramente la sua grande passione per
la scienza e la sua adesione, come la mia, a un’etica della scienza, nonostante
le numerose lacune, i conflitti, le rivalità e i pregiudizi che spesso
la “inquinano”.