Sono
nato a Vienna nel maggio del 1914. Mio padre era un industriale
tessile e la mia famiglia viveva agiatamente, ma ciò,
naturalmente, fu possibile solo fino all’avvento
di Hitler. A scuola ero uno studente mediocre e cagionevole
di salute, dato che prima dei cinque anni avevo avuto
tre attacchi di polmonite e a nove anni mi ammalai di
tubercolosi.
A undici anni mia madre mi portò a sciare, e la
cosa determinò una
svolta decisiva nella mia vita, poiché mi accorsi di avere un vero talento
per lo sci e un amore profondo per la montagna, talento che mi permise
di rappresentare la mia scuola in una gara sciistica tra le varie scuole di Vienna.
La nostra squadra vinse e ciò trasformò la mia posizione nell’ambito
scolastico a tal punto che, per la prima volta nella mia vita, venni trattato
con un certo rispetto. Da quel momento in poi il mio insegnante di educazione
fisica mi gratificò con il massimo dei voti, che si rivelò peraltro
l’unico cosí alto nella mia modesta pagella.
I voti bassi erano dovuti in parte alla pigrizia, alla mancanza di interesse
e, in parte, alla difficoltà che ho ancora oggi di ascoltare la stessa
persona per un’intera ora. Se all’epoca avessi avuto un sogno da
realizzare, questo sarebbe stato di scalare le ripide pareti o i picchi dell’Himalaya
ricoperti di ghiaccio. Non avrei mai immaginato, tantomeno i miei compagni di
classe, che un giorno avrei vinto il premio Nobel. Leggevo molto, ma senza avere
un piano preciso in testa; non ero un secchione e preferivo stare all’aria
aperta. Ricordo che una volta mi addormentai durante una lezione di latino, con
gran divertimento dei miei compagni di classe e disappunto del mio insegnante,
che quello stesso pomeriggio, per punizione, mi costrinse a tradurre un lungo
brano di Cicerone.
Sviluppai d’altro canto un’autentica passione per lo sci e per l’alpinismo
e durante le lezioni i miei pensieri erano rivolti alle escursioni del fine settimana
seguente, cosí come un operaio che lavora in fabbrica pensa alla prossima
partita di calcio, mentre con le mani si affatica al tornio.
Date queste premesse, merita un riconoscimento particolare il mio insegnante
di chimica, che suscitò il mio interesse per tale materia. Adesso mi rendo
conto che la fisica, piuttosto che la chimica, rappresentava allora il campo
piú eccitante tra le scienze naturali, ma, mentre gli esperimenti dell’insegnante
di fisica erano soggetti a fallimenti, quelli dell’insegnante di chimica
riuscivano sempre. Quest’ultimo teneva di pomeriggio delle lezioni pratiche,
durante le quali ci lasciava condurre esperimenti in prima persona, cosa alquanto
insolita nelle scuole austriache dell’epoca. L’aver fatto questa
esperienza mi invogliò a studiare chimica anziché legge, come
avrebbero voluto i miei genitori. Fu tale scelta a salvare, in seguito, non solo
la mia vita, ma anche quella dei miei genitori, dal momento che, allo scoppio
della guerra, ci trovavamo tutti a Cambridge, ben lontani da Hitler e dal suo
esercito.
Studiai chimica all’Università di Vienna per quattro anni, scoprendo
con sorpresa che non solo riuscivo a svegliarmi per la prima volta nella mia
vita a un’ora accettabile, ma riuscivo anche a raggiungere risultati positivi.
Mi rendevo inoltre conto di essere abbastanza ignorante su molte importanti nozioni
che avrei potuto imparare durante il periodo scolastico, solo se avessi lavorato
di piú, e questo vale in particolar modo per la matematica.
Durante il mio ultimo anno di università, l’insegnante di chimica
tenne un corso di chimica bio-organica, nel quale ci parlò del lavoro
su enzimi e vitamine condotto in un laboratorio di Cambridge. Fu allora che decisi
di preparare la mia tesi di dottorato a Cambridge e mi rivolsi pertanto a Hermann
Mark, professore di chimica fisica a Vienna, perché mi aiutasse a trovare
un posto come laureato presso il laboratorio di bio-chimica in questione. Quando,
tempo dopo, gli chiesi se avesse trovato qualcosa per me, Mark rispose di essersi
dimenticato della mia richiesta, ma di aver fatto visita al professor Bernal
del laboratorio cristallografico, il quale stava cercando un assistente ricercatore
e, quando gli feci presente che non conoscevo nemmeno le nozioni base di cristallografia
ai raggi X, egli replicò: “Non preoccuparti, ragazzo: imparerai”.
Questo è il modo in cui divenni un fisico cristallografo.
Max Ferdinand
Perutz è morto nel
2002 a Cambridge, dove si era trasferito nel 1936.