Gilda Morelli
Cosa sarebbe la cultura senza l’invenzione
della scrittura? Cosa sarebbe la biologia senza la scoperta della struttura
del DNA? E’ anche a Max F. Perutz che dobbiamo questa straordinaria
impresa del gruppo creativo da lui diretto a Cambridge
Max Perutz nonera un genio incompreso. Il suo carattere mansueto, il
suo sorriso da adolescente dispettoso, l’essere sempre disponibile,
lo rendevano comprensibile e avvicinabile. Anche a chi lo contattava
solo per un’intervista, alla ricerca di quelle emozioni eccezionali
che fanno di una persona un genio.
“Can I speak to the Professor Perutz?”. L’inglese scolastico
e la riverenza della neolaureata che si accinge a contattare un Premio
Nobel. La tensione e il timore degli iter burocratici e delle implacabili
segretarie filtro che avrebbero ostacolato un appuntamento.
La scoperta della struttura del DNA è stata definita l’ottavo
giorno della creazione. Solo quattro persone erano la causa di tanta
genialità: Crick, Watson, Kendrew e Perutz, appunto il Professor
Max Perutz. Con cui io avrei parlato. L’attesa moltiplicava l’ansia.
“Max on the phone”. Fu una risposta sorprendente. Sorpresa
da tanta inesplicabile fortuna, chiesi al professore l’appuntamento.
Volevamo intervistarlo per una ricerca sulle possibili regole organizzative
che avevano portato al successo il famoso gruppo di Cambridge. Quei quattro
scienziati che insieme erano stati insigniti con il Premio Nobel nel
1962 proprio per la scoperta della struttura del DNA.
Mai cosa fu più semplice. Lo stupore e l’incredulità continuarono
quando The Professor Perutz, ormai Max, mi spiegò, in (quasi)
perfetto italiano, come raggiungerlo a Cambridge, in Inghilterra. Per
rassicurarsi che avessi ben compreso, fece prontamente seguire un fax.
Aveva disegnato di suo pugno una cartina con le dettagliate istruzioni,
comprensive dei semafori, per raggiungere il Medical Research Council
dalla stazione di Cambridge, dove le due ricercatrici in questione sarebbero
arrivate in treno, provenienti da Londra.
Nonostante la neve fresca del gennaio 1988, Max accolse Gabriella Natoli
e me indossando comodissimi sandali francescani. Aveva quel bel sorriso
di chi è veramente felice e abituato a ricevere ospiti stranieri,
come noi, the two Italian girls. Amava molto l’Italia e la cultura
Italiana.
Senza presentazioni, senza introduzioni, senza raccomandazioni. Era fantastico
che un Premio Nobel fosse così facilmente alla nostra portata.
Max era disponibile a chiunque fosse curioso di scoprire. Come lo era
lui nei riguardi della scienza, della cristallografia, la sua disciplina.
L’intervista occupò amabilmente tutto il pomeriggio, con
la serenità dovuta alla totale assenza di fretta. Max non aveva
mai i minuti contati. Condividemmo anche la sua pausa per la merenda.
Fu a base di pere, sbucciate e amorevolmente chiuse in un sacchetto dalla
moglie Gisela al mattino, accompagnate dall’immancabile tè pomeridiano
offertoci con naturalezza nelle provette di vetro di laboratorio.
Rivedemmo Max altre due volte. In Italia in occasione della sua Laurea
ad Honorem alla Sapienza di Roma, e a Cambridge perché volemmo
incontrarlo personalmente per donargli L’emozione e la regola,
il libro in cui avevamo raccontato la storia sua e dei suoi compagni
scienziati.
Dall’incontro con Max, ebbi la fortuna di imparare che la modestia,
unita alla curiosità, è sempre la fonte inesauribile della
genialità.
Max non si fece scrupolo a farsi prestare le parole italiane dalle two
Italian girls. Voleva stupire il “Magnifico Rettore dell’Università degli
Studi di Roma La Sapienza” comunicandogli nella lingua di Dante
che con piacere e onore accettava il suo invito per la Laurea ad Honorem.
Mi piace ricordare così, con quella sua vivacità, di adolescente
scherzoso e divertito, l’allora settantaquattrenne Professor Perutz
che si affidava a due ragazze italiane appena conosciute per scrivere
la risposta al Magnifico Rettore dell’Università di Roma.
Mi piace che ricordiate così il Professor Max Ferdinand Perutz,
fondatore della Biologia Molecolare e Premio Nobel nel 1962 per la Chimica,
che il 6 febbraio 2002 ci ha lasciato per sempre.
LA PATNERSHIP CREATIVA
intervista di Gilda Morelli e Gabriella Natoli
Perutz è uno dei principali protagonisti dell'avventura scientifica
che ha condotto alla nascita della biologia molecolare.
Tra gli scienziati che crearono all’interno del Cavendish Institute
il Laboratorio di biologia, Perutz, essendo giunto per primo in ordine
di tempo, è quello che possiede la visione più completa
dell'intera vicenda. La genialità dello scienziato e la straordinaria
esperienza vissuta ne rendono la testimonianza particolarmente preziosa
per ricostruire le modalità organizzative e soprattutto l'atmosfera
di lavoro di un gruppo di scienziati artefice di scoperte tra le più rivoluzionarie
nella storia della scienza.
Nel 1962 Perutz ha ottenuto con John Kendrew il premio Nobel per la chimica,
per il lavoro svolto sulla struttura della mioglobina e dell’emoglobina.
E' stato chairman del Laboratorio di biologia molecolare dell'MRC (Medical
Research Council)di Cambridge.
D.”... Poche stanze male illuminate e sporche al piano terreno
di un grigio fabbricato in completa rovina ...”. Con queste parole
nel 1970, in occasione di una celebrazione in onore di Sir Bragg, lei
ha ricordato il suo impatto con il Cavendish Laboratory nel 1936 quando,
grazie all'intervento di Hermann Mark, giunse a Cambridge per lavorare
con il fisico Bernal. L’edificio che allora ospitava il Laboratorio
di cristallografia era veramente cosi?
R. In realtà non era in rovina ma molto trascurato. Le pareti
erano grigie, scrostate, da tempo non ridipinte ed umide. Il Laboratorio
di cristaltografia faceva parte del Cavendish – Istituto di fisica – solo
per ragioni storiche. Il nostro settore di studio non era proprio la
fisica, bensì la chimica. Nel periodo in cui Rutherford dirigeva
l'Istituto di fisica, io venni a Cambridge nel Laboratorio cristallografico
diretto da Bernal. Non era molto attrezzato e noi lavoravamo come gruppo
a sé stante che non aveva molti contatti con l’Istituto.
Rutherford non nutriva gli stessi interessi scientifici del nostro gruppo.
Allora il Cavendish era il laboratorio più famoso nel mondo, ma
per la fisica e non per la cristallografia, che all'epoca era considerata
come parte della mineralogia e della geologia. Nel 1937 Rutherford morì improvvisamente
per una malattia allora non curabile e l'anno seguente gli successe Sir
Lawrence Bragg, il primo a definire, insieme al padre, la struttura di
un cristallo con la diffrazione ai raggi X, per la quale aveva vinto,
appena venticinquenne, nel 1915, il Nobel per la fisica.
D. Dunque, nel 1938 la guida del Cavendish venne assunta da un cristallografo.
Più tardi, nel 1946, John Kendrew entrò nel Laboratorio
ed intraprese insieme a lei un nuovo indirizzo di ricerca sulle proteine.
Che rapporti si stabilirono tra di voi?
R. Non è facile descrivere i rapporti tra le persone. Kendrew
arrivò al Cavendish alla fine della guerra. A Ceylon rincontrò Bernal
che gli suggerì l’idea che il metodo della diffrazione ai
raggi X potesse essere applicato allo studio delle proteine. Prima di
rientrare a Cambridge, si recò in California per visitare Linus
Pauling, il quale gli confermò il suo entusiasmo circa le possibili
applicazioni dell'indagine ai raggi X. Tornato a Cambridge, venne a lavorare
con me come research student. Avevamo comunque un rapporto paritario,
gli suggerivo delle idee ma non gli dicevo mai cosa doveva fare. Provai
ad insegnargli la cristallografia e a trovargli, per il dottorato, un
terna di ricerca che fosse vicino ai nostri interessi: cosa allora molto
difficile poiché non avevamo nessuna idea su come risolvere la
struttura delle proteine. La nostra fu una strada collaborazione: benché fosse
un po’ più giovane di me e fosse un mio studente, eravamo
assolutamente uguali. Del resto Kendrew aveva ricevuto, durante la guerra,
importanti riconoscimenti per la sua attività scientifica. Gli
suggerii di fare uno studio comparato sulle proteine, senza rivelarne
la struttura. Solo dopo dieci anni ci accorgemmo che questo studio era
insignificante. Dopo tre anni Kendrew ottenne comunque il dottorato e
capimmo che era più importante studiare la mioglobina che, rispetto
all’emoglobina, presenta una struttura notevolmente più semplice
(di una catena anziché quattro). Seguendo questa via, Kendrew
preparò dei cristalli di mioglobina di cavallo che erano però troppo
piccoli per ottenere dei risultati. Per un lungo periodo Kendrew provò e
riprovò, senza successo, a farli più grandi. Nel 1951,
su segnalazione dello stesso Kendrew, Watson arrivò al Cavendish.
Un anno più tardi, Kendrew seppe che era più facile ottenere
degli ottimi cristalli dalla mioglobina di balena, che io stesso riuscii
a procurare.
D. Lei ha lavorato a lungo con Kendrew, Crick ha condotto il suo lavoro
insieme a Watson. C’erano dei momenti in cui queste due coppie
lavoravano o discutevano insieme?
R. Si. Con Kendrew discutevamo a lungo su ogni decisione da prendere:
per esempio, nel momento in cui decidemmo di assumere un ingegnere in
grado di aiutarci nella ricerca della diffrazione a raggi X, facemmo
insieme i colloqui di selezione per scegliere la persona adatta. Con
Watson e Crick lavoravamo su cose diverse. Inizialmente Crick venne a
lavorare con me sull’emoglobina. La prima cosa che fece fu quella
di dimostrare che la struttura da me individuata era sbagliata. Continuò nel
tentativo di risolvere il problema. Per molti anni, infatti, anche nel
periodo in cui lavorava con Watson, fino al 1953 – anno in cui
partì per l'America – si occupò dell'emoglobina.
Del resto, il suo dottorato era sull'emoglobina e non sul DNA. Chiaramente
discutevamo molto: Crick e Watson discutevano insieme, Crick ed io discutevamo
sull'emoglobina, ma non sul DNA, perché non potevo offrire un
valido contributo su quest'ultimo tema.
D. Quali differenze vi erano tra il modo di lavorare della coppia Perutz-Kendrew
e quello della coppia Crick-Watson?
R. Io e Kendrew eravamo dei ricercatori sperimentali. Crick era un teorico,
ha fatto pochissimi esperimenti. Watson aveva fatto alcune fotografie
di un virus ma, eccetto queste, seguiva anch’egli un’impostazione
più teorica che sperimentale. Io facevo esperimenti per tutto
il giorno, prendevo le foto a raggi X dei cristalli; Watson e Crick si
sedevano ad un tavolo e discutevano tutto il giorno, lavoravano più che
altro in biblioteca. Due stili assolutamente diversi.
D. L’importanza dei lavori svolti da queste due coppie e stata
sancita anche dall’attribuzione dei Nobel. Secondo lei, l’aver
lavorato in coppia può essere considerato come uno dei punti di
forza per l’attività e il successo dei Cavendish Laboratory?
R. Io credo che il punto di forza consistesse nell'individuare i problemi
al momento giusto. Avevamo il bagaglio teorico e le conoscenze tecniche
per risolverlo. Avevamo il mix giusto di persone ed anche molta fortuna.
E grazie all’atmosfera che si respirava al Cavendish che abbiamo
avuto successo. In questo istituto erano state fatte scoperte fondamentali
nel campo della fisica. Perché non provare allora a fare una grande
scoperta anche in biologia? Chi lavorava al Cavendish aveva la netta
sensazione di poter riuscire anche in imprese difficili. La tradizione
di un grande laboratorio, la presenza di grandi scienziati, incoraggia
e spinge a muoversi verso case apparentemente impossibili.
D. Quali altri elementi oltre al clima del Cavendish e alle indiscutibili
capacità individuali hanno favorito gli importanti risultati scientifici
che hanno consentito ad un gruppo europeo di superare gli scienziati
americani?
R. Non è esatto. Allora, rispetto al nostro indirizzo di ricerca,
non succedeva nulla di interessante in America. Ad esempio Fankuchen,
un americano che fu per un periodo research assistant di Bernal, al Cauendish
imparò presto la cristallografia e condusse un lavoro molto importante
e paziente, ma una volta tornato al laboratorio del Politecnico di Brooklyn,
abbandonò questo studio. Non solo, egli scoraggiò tutti
in USA circa l'utilità dell'indagine a raggi X sulle proteine.
Diceva che era un campo di ricerca disperato, che non avrebbe dato alcun
risultato. Dunque, non c'era competizione con gli scienziati americani:
nessuno di loro lavorava al nostro tema Eravamo unici e fortunati. Lo
stesso Pauling non lavorava sulle proteine, bensì sulla struttura
degli aminoacidi. Portava avanti il suo lavoro con Corey, una persona
meticolosa, priva di immaginazione, che non oltrepassava il suo campo
di indagine. Pauling risolse la struttura degli aminoacidi dalla quale
derivò la conformazione della catena polipeptidica ed il modello
dell'alfaelica che io e Kendrew avevamo sbagliato.
D. Chi tra voi – lei, Bragg, Kendrew, Crick e Watson – decideva
il da farsi?
R. Decidevamo tutti. Non c’era nessuno che imponeva le proprie
idee. Questo e un punto molto importante, nessuno diceva “fai
questo ..., fai quello ...”. Erano gli stessi ricercatori a decidere
cosa fare. Credo che questo debba essere il modo corretto per lavorare
in una buona università. Deve essere la curiosità ad orientare
la ricerca. Le persone dovrebbero essere libere di decidere. Anche sulle
cose apparentemente stupide si può sempre discutere: se si pensa
che un’idea sia stupida la si deve dimostrare scientificamente.
Se poi vengono studenti giovani a lavorare, occorre suggerire loro i
problemi, poiché non avendo esperienza non sono in grado di individuarli
da soli. Ma bisogna lasciarli liberi e non dirigerli troppo, altrimenti
si rischia di compromettere la possibilità di ottenere risultati
originali. E' molto importante che gli argomenti scientifici vengano
decisi senza far riferimento alla posizione o all’età dei
ricercatori. Alcuni laboratori sono organizzati gerarchicamente e nessuno
può contraddire le decisioni del direttore. Una tale atmosfera
porta alla staticità. Nel lavoro scientifico le idee dello studente
più giovane devono avere la stesso spazio di quelle dei senior.
Solo in tale atmosfera e possibile la creatività. Un laboratorio
come il Cavendish e molto diverso da un laboratorio industriale, ove
per realizzare un prodotto è necessario dirigere e stare attenti
a non fare un cattivo uso dei soldi.
D. Nel Cavendish vi era una forma di divisione dei lavoro?
R. Per quanto riguarda i ruoli non esisteva una precisa divisione, tutto
dipendeva dalla personalità di ognuno.
D. Come definirebbe la leadership di Bragg?
R. Bragg era un direttore meraviglioso e molto entusiasta. E' questa
la funzione primaria di un direttore: deve saper motivare, interessare
e coinvolgere i ricercatori. Quando si credeva di aver scoperto qualcosa,
la prima persona ad essere informata era proprio Bragg, perché si
era sicuri del suo entusiasmo e del suo appoggio. E' assolutamente vitale
che chi dirige un laboratorio sia cosi, altrimenti i ricercatori perdono
l'interesse e non si favorisce il dinamismo. Ogni volta che avevo un’idea
o scoprivo qualcosa andavo da Bragg. Devi avere completa fiducia nel
tuo direttore. Se invece credi che non sia onesto o che voglia appropriarsi
le tue idee, e impossibile andare avanti. Le persone giovani avevano
molto credito e molto spazio nel nostro istituto: era nella tradizione
dei Cavendish. Ad esempio, in genere, sulle pubblicazioni i nomi dei
giovani ricercatori seguono quello del professore. Al Cavendish questo
non accadeva, i giovani firmavano da soli i propri lavori.
D. E come spiega la disponibilità mostrata da Bragg nel sostenere
la costituzione di un Laboratorio di biologia, in quello che era invece
un affermato istituto di fisica?
R. La più grande ambizione di Bragg era quella di estendere l'analisi
a raggi X alle molecole della vita. Gli altri fisici non erano dalla
nostra parte. Senza Bragg non avremmo portato a termine il nostro lavoro.
A quel tempo sembrava folle tentare di risolvere la struttura delle proteine
e senza il suo aiuto non avrei mai ottenuto i finanziamenti. Bragg era
uno dei più grandi scienziati inglesi ed aveva abbastanza autorità per
convincere l'MRC a darci il supporto economico necessario. Ed io gliene
sono molto grato.
D. Sembra, insomma, che la disponibilità di Bragg verso il nuovo
abbia molto aiutato il lavoro di questo gruppo, fino a favorire la nascita
della nuova disciplina: la biologia molecolare.
R. Si. Bragg teneva molto al successo del nostro lavoro. Il nostro gruppo
aveva bisogno di uno spazio maggiore e l'altra parte del Laboratorio
non era d’accordo, ma Bragg ci protesse.
D. Bragg ascoltava le vostre richieste? Vi dava dei consigli?
R. Quando c'era da prendere decisioni su quale idea implementare, Bragg
rifletteva sulle nostre proposte. A volte tornava con una idea nuova,
altre volte mi diceva che avevo sbagliato e la dimostrava. Al momento
per me era deprimente, ma dopo capivo che era costruttivo: mi dava modo
di procedere nella direzione giusta.
D. Ci furono in quel periodo dei conflitti all'interno del gruppo?
R. Non ne ricordo. Certo, c'erano molti punti su cui non eravamo d’accordo.
Del resto quando si lavora in gruppo e sempre così.
D. Quante ore al giorno trascorreva in laboratorio? E Crick e Watson?
R. Tante lunghe ore, al mattino, al pomeriggio, dopo cena. Crick e Watson
avevano orari molto irregolari, andavano a casa la sera molto tardi,
addirittura al mattino. E molto importante che in un laboratorio non
ci siano problemi di orario. Da noi c'era chi arrivava a mezzogiorno
per finire poi molto tardi. E' importante l'informalità. Oggi,
in alcuni istituti si timbra il cartellino. Il risultato è che
tutti se ne vanno alle 17 e se c'è qualcosa di interessante da
fare viene rinviata al giorno dopo. Gli scienziati hanno questo in comune
con gli artisti: non si può vincolarne l'attività e l’ispirazione.
D. Quali erano i vostri rapporti al di fuori del laboratorio?
R. Il tempo libero trascorso insieme non era molto. Crick amava frequentare
i party e Watson giocare a tennis. Kendrew aveva interessi artistici.
Io invece spesso tornavo a casa, dalla mia famiglia.
D. Sembra che fosse assai diffusa, tra i ricercatori del Cavendish, la
disponibilità allo scambio di idee, informazioni e risultati scientifici.
Nel corso della giornata, c’erano dei momenti particolari in cui
il canfronto avveniva?
R. Si. Era nella tradizione del Cauendish prendere il tè insieme.
Era questa un'ottima occasione per scambiarci le idee. Crick e Watson
però preferivano i pub.
D. Chi si preoccupava di selezionare i giovani ricercatori?
R. Era molto difficile che i giovani si unissero al nostro gruppo. Prima
che diventassimo famosi, molti dei professori credevano che stessimo
perdendo tempo e scoraggiavano gli studenti ad unirsi a noi. La selezione
dunque era una preoccupazione di tutti, proprio perché era difficile
trovare le persona giuste. Avevamo pochissimi research students e quelli
inglesi erano ancora più rari. Tra questi ultimi c’erano
dei bravissimi studenti: David Blow, che adesso e professore di Fisica
all’Imperial College di Londra, ed Hilary Muirhead, ora all’Università di
Bristol.
D. Al di là delle vicende che hanno portato alla rottura dei rapporti
tra Watson e Crick, qual è il suo personale ricordo dei due giovani
fermamente intenzionati a scoprire la struttura del DNA?
R. Tornando indietro nel tempo, mi sembrano due delle persone più intelligenti
che mi sia mai capitato di conoscere. Allora era difficile dirlo. Ad
esempio, Crick è uno degli scienziati più brillanti della
nostra generazione, ma me ne sono reso conto solo dopo. Allora non era
facile essere sicuri che la struttura del DNA fosse risolvibile.
D. Come nasce un'idea, ed in che modo la si implementa?
R. E' qualcosa di molto difficile da spiegare. Vi rispondo con due pensieri
di Maxwell: “Quel che si definisce me stesso è, io credo,
qualcosa di più grande di me stesso e che è dentro di me". "Dentro
di noi esistono pensieri e potenzialità sconosciuti fino a che
non emergono, mossi dall'agire della consapevolezza dove, in gran segreto,
vive il sé. Forse non rispondono completamente alla vostra ultima
domanda, ma mi sembrano due espressioni molto belle e poetiche... Adesso
torno a giocare con i miei cristalli.
L’intervista al Nobel Max Perutz (Vienna,1914 Cambridge, 2002)
che qui riportiamo fu pubblicata sulla Rivista IBM, anno XXIV, n. 1,
1988 e realizzata da Gilda Morelli e Gabriella Natoli nel Laboratorio
del Medical Research Council, Cambridge, UK, il 20 gennaio 1988.
Gilda Morelli è vicedirettore di NEXT. Gabriella Natoli è ricercatrice
all’ISFO