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07.05.2007

L’ottavo giorno della creazione. Ricordo di Max F. Perutz

Gilda Morelli

Cosa sarebbe la cultura senza l’invenzione della scrittura? Cosa sarebbe la biologia senza la scoperta della struttura del DNA? E’ anche a Max F. Perutz che dobbiamo questa straordinaria impresa del gruppo creativo da lui diretto a Cambridge

Max Perutz nonera un genio incompreso. Il suo carattere mansueto, il suo sorriso da adolescente dispettoso, l’essere sempre disponibile, lo rendevano comprensibile e avvicinabile. Anche a chi lo contattava solo per un’intervista, alla ricerca di quelle emozioni eccezionali che fanno di una persona un genio.
“Can I speak to the Professor Perutz?”. L’inglese scolastico e la riverenza della neolaureata che si accinge a contattare un Premio Nobel. La tensione e il timore degli iter burocratici e delle implacabili segretarie filtro che avrebbero ostacolato un appuntamento.
La scoperta della struttura del DNA è stata definita l’ottavo giorno della creazione. Solo quattro persone erano la causa di tanta genialità: Crick, Watson, Kendrew e Perutz, appunto il Professor Max Perutz. Con cui io avrei parlato. L’attesa moltiplicava l’ansia.
“Max on the phone”. Fu una risposta sorprendente. Sorpresa da tanta inesplicabile fortuna, chiesi al professore l’appuntamento. Volevamo intervistarlo per una ricerca sulle possibili regole organizzative che avevano portato al successo il famoso gruppo di Cambridge. Quei quattro scienziati che insieme erano stati insigniti con il Premio Nobel nel 1962 proprio per la scoperta della struttura del DNA.
Mai cosa fu più semplice. Lo stupore e l’incredulità continuarono quando The Professor Perutz, ormai Max, mi spiegò, in (quasi) perfetto italiano, come raggiungerlo a Cambridge, in Inghilterra. Per rassicurarsi che avessi ben compreso, fece prontamente seguire un fax. Aveva disegnato di suo pugno una cartina con le dettagliate istruzioni, comprensive dei semafori, per raggiungere il Medical Research Council dalla stazione di Cambridge, dove le due ricercatrici in questione sarebbero arrivate in treno, provenienti da Londra.
Nonostante la neve fresca del gennaio 1988, Max accolse Gabriella Natoli e me indossando comodissimi sandali francescani. Aveva quel bel sorriso di chi è veramente felice e abituato a ricevere ospiti stranieri, come noi, the two Italian girls. Amava molto l’Italia e la cultura Italiana.
Senza presentazioni, senza introduzioni, senza raccomandazioni. Era fantastico che un Premio Nobel fosse così facilmente alla nostra portata. Max era disponibile a chiunque fosse curioso di scoprire. Come lo era lui nei riguardi della scienza, della cristallografia, la sua disciplina.
L’intervista occupò amabilmente tutto il pomeriggio, con la serenità dovuta alla totale assenza di fretta. Max non aveva mai i minuti contati. Condividemmo anche la sua pausa per la merenda. Fu a base di pere, sbucciate e amorevolmente chiuse in un sacchetto dalla moglie Gisela al mattino, accompagnate dall’immancabile tè pomeridiano offertoci con naturalezza nelle provette di vetro di laboratorio.
Rivedemmo Max altre due volte. In Italia in occasione della sua Laurea ad Honorem alla Sapienza di Roma, e a Cambridge perché volemmo incontrarlo personalmente per donargli L’emozione e la regola, il libro in cui avevamo raccontato la storia sua e dei suoi compagni scienziati.
Dall’incontro con Max, ebbi la fortuna di imparare che la modestia, unita alla curiosità, è sempre la fonte inesauribile della genialità.
Max non si fece scrupolo a farsi prestare le parole italiane dalle two Italian girls. Voleva stupire il “Magnifico Rettore dell’Università degli Studi di Roma La Sapienza” comunicandogli nella lingua di Dante che con piacere e onore accettava il suo invito per la Laurea ad Honorem.
Mi piace ricordare così, con quella sua vivacità, di adolescente scherzoso e divertito, l’allora settantaquattrenne Professor Perutz che si affidava a due ragazze italiane appena conosciute per scrivere la risposta al Magnifico Rettore dell’Università di Roma.
Mi piace che ricordiate così il Professor Max Ferdinand Perutz, fondatore della Biologia Molecolare e Premio Nobel nel 1962 per la Chimica, che il 6 febbraio 2002 ci ha lasciato per sempre.

LA PATNERSHIP CREATIVA
intervista di Gilda Morelli e Gabriella Natoli
Perutz è uno dei principali protagonisti dell'avventura scientifica che ha condotto alla nascita della biologia molecolare.
Tra gli scienziati che crearono all’interno del Cavendish Institute il Laboratorio di biologia, Perutz, essendo giunto per primo in ordine di tempo, è quello che possiede la visione più completa dell'intera vicenda. La genialità dello scienziato e la straordinaria esperienza vissuta ne rendono la testimonianza particolarmente preziosa per ricostruire le modalità organizzative e soprattutto l'atmosfera di lavoro di un gruppo di scienziati artefice di scoperte tra le più rivoluzionarie nella storia della scienza.
Nel 1962 Perutz ha ottenuto con John Kendrew il premio Nobel per la chimica, per il lavoro svolto sulla struttura della mioglobina e dell’emoglobina. E' stato chairman del Laboratorio di biologia molecolare dell'MRC (Medical Research Council)di Cambridge.
D.”... Poche stanze male illuminate e sporche al piano terreno di un grigio fabbricato in completa rovina ...”. Con queste parole nel 1970, in occasione di una celebrazione in onore di Sir Bragg, lei ha ricordato il suo impatto con il Cavendish Laboratory nel 1936 quando, grazie all'intervento di Hermann Mark, giunse a Cambridge per lavorare con il fisico Bernal. L’edificio che allora ospitava il Laboratorio di cristallografia era veramente cosi?
R. In realtà non era in rovina ma molto trascurato. Le pareti erano grigie, scrostate, da tempo non ridipinte ed umide. Il Laboratorio di cristaltografia faceva parte del Cavendish – Istituto di fisica – solo per ragioni storiche. Il nostro settore di studio non era proprio la fisica, bensì la chimica. Nel periodo in cui Rutherford dirigeva l'Istituto di fisica, io venni a Cambridge nel Laboratorio cristallografico diretto da Bernal. Non era molto attrezzato e noi lavoravamo come gruppo a sé stante che non aveva molti contatti con l’Istituto. Rutherford non nutriva gli stessi interessi scientifici del nostro gruppo. Allora il Cavendish era il laboratorio più famoso nel mondo, ma per la fisica e non per la cristallografia, che all'epoca era considerata come parte della mineralogia e della geologia. Nel 1937 Rutherford morì improvvisamente per una malattia allora non curabile e l'anno seguente gli successe Sir Lawrence Bragg, il primo a definire, insieme al padre, la struttura di un cristallo con la diffrazione ai raggi X, per la quale aveva vinto, appena venticinquenne, nel 1915, il Nobel per la fisica.
D. Dunque, nel 1938 la guida del Cavendish venne assunta da un cristallografo. Più tardi, nel 1946, John Kendrew entrò nel Laboratorio ed intraprese insieme a lei un nuovo indirizzo di ricerca sulle proteine. Che rapporti si stabilirono tra di voi?
R. Non è facile descrivere i rapporti tra le persone. Kendrew arrivò al Cavendish alla fine della guerra. A Ceylon rincontrò Bernal che gli suggerì l’idea che il metodo della diffrazione ai raggi X potesse essere applicato allo studio delle proteine. Prima di rientrare a Cambridge, si recò in California per visitare Linus Pauling, il quale gli confermò il suo entusiasmo circa le possibili applicazioni dell'indagine ai raggi X. Tornato a Cambridge, venne a lavorare con me come research student. Avevamo comunque un rapporto paritario, gli suggerivo delle idee ma non gli dicevo mai cosa doveva fare. Provai ad insegnargli la cristallografia e a trovargli, per il dottorato, un terna di ricerca che fosse vicino ai nostri interessi: cosa allora molto difficile poiché non avevamo nessuna idea su come risolvere la struttura delle proteine. La nostra fu una strada collaborazione: benché fosse un po’ più giovane di me e fosse un mio studente, eravamo assolutamente uguali. Del resto Kendrew aveva ricevuto, durante la guerra, importanti riconoscimenti per la sua attività scientifica. Gli suggerii di fare uno studio comparato sulle proteine, senza rivelarne la struttura. Solo dopo dieci anni ci accorgemmo che questo studio era insignificante. Dopo tre anni Kendrew ottenne comunque il dottorato e capimmo che era più importante studiare la mioglobina che, rispetto all’emoglobina, presenta una struttura notevolmente più semplice (di una catena anziché quattro). Seguendo questa via, Kendrew preparò dei cristalli di mioglobina di cavallo che erano però troppo piccoli per ottenere dei risultati. Per un lungo periodo Kendrew provò e riprovò, senza successo, a farli più grandi. Nel 1951, su segnalazione dello stesso Kendrew, Watson arrivò al Cavendish. Un anno più tardi, Kendrew seppe che era più facile ottenere degli ottimi cristalli dalla mioglobina di balena, che io stesso riuscii a procurare.
D. Lei ha lavorato a lungo con Kendrew, Crick ha condotto il suo lavoro insieme a Watson. C’erano dei momenti in cui queste due coppie lavoravano o discutevano insieme?
R. Si. Con Kendrew discutevamo a lungo su ogni decisione da prendere: per esempio, nel momento in cui decidemmo di assumere un ingegnere in grado di aiutarci nella ricerca della diffrazione a raggi X, facemmo insieme i colloqui di selezione per scegliere la persona adatta. Con Watson e Crick lavoravamo su cose diverse. Inizialmente Crick venne a lavorare con me sull’emoglobina. La prima cosa che fece fu quella di dimostrare che la struttura da me individuata era sbagliata. Continuò nel tentativo di risolvere il problema. Per molti anni, infatti, anche nel periodo in cui lavorava con Watson, fino al 1953 – anno in cui partì per l'America – si occupò dell'emoglobina. Del resto, il suo dottorato era sull'emoglobina e non sul DNA. Chiaramente discutevamo molto: Crick e Watson discutevano insieme, Crick ed io discutevamo sull'emoglobina, ma non sul DNA, perché non potevo offrire un valido contributo su quest'ultimo tema.
D. Quali differenze vi erano tra il modo di lavorare della coppia Perutz-Kendrew e quello della coppia Crick-Watson?
R. Io e Kendrew eravamo dei ricercatori sperimentali. Crick era un teorico, ha fatto pochissimi esperimenti. Watson aveva fatto alcune fotografie di un virus ma, eccetto queste, seguiva anch’egli un’impostazione più teorica che sperimentale. Io facevo esperimenti per tutto il giorno, prendevo le foto a raggi X dei cristalli; Watson e Crick si sedevano ad un tavolo e discutevano tutto il giorno, lavoravano più che altro in biblioteca. Due stili assolutamente diversi.
D. L’importanza dei lavori svolti da queste due coppie e stata sancita anche dall’attribuzione dei Nobel. Secondo lei, l’aver lavorato in coppia può essere considerato come uno dei punti di forza per l’attività e il successo dei Cavendish Laboratory?
R. Io credo che il punto di forza consistesse nell'individuare i problemi al momento giusto. Avevamo il bagaglio teorico e le conoscenze tecniche per risolverlo. Avevamo il mix giusto di persone ed anche molta fortuna. E grazie all’atmosfera che si respirava al Cavendish che abbiamo avuto successo. In questo istituto erano state fatte scoperte fondamentali nel campo della fisica. Perché non provare allora a fare una grande scoperta anche in biologia? Chi lavorava al Cavendish aveva la netta sensazione di poter riuscire anche in imprese difficili. La tradizione di un grande laboratorio, la presenza di grandi scienziati, incoraggia e spinge a muoversi verso case apparentemente impossibili.
D. Quali altri elementi oltre al clima del Cavendish e alle indiscutibili capacità individuali hanno favorito gli importanti risultati scientifici che hanno consentito ad un gruppo europeo di superare gli scienziati americani?
R. Non è esatto. Allora, rispetto al nostro indirizzo di ricerca, non succedeva nulla di interessante in America. Ad esempio Fankuchen, un americano che fu per un periodo research assistant di Bernal, al Cauendish imparò presto la cristallografia e condusse un lavoro molto importante e paziente, ma una volta tornato al laboratorio del Politecnico di Brooklyn, abbandonò questo studio. Non solo, egli scoraggiò tutti in USA circa l'utilità dell'indagine a raggi X sulle proteine. Diceva che era un campo di ricerca disperato, che non avrebbe dato alcun risultato. Dunque, non c'era competizione con gli scienziati americani: nessuno di loro lavorava al nostro tema Eravamo unici e fortunati. Lo stesso Pauling non lavorava sulle proteine, bensì sulla struttura degli aminoacidi. Portava avanti il suo lavoro con Corey, una persona meticolosa, priva di immaginazione, che non oltrepassava il suo campo di indagine. Pauling risolse la struttura degli aminoacidi dalla quale derivò la conformazione della catena polipeptidica ed il modello dell'alfaelica che io e Kendrew avevamo sbagliato.
D. Chi tra voi – lei, Bragg, Kendrew, Crick e Watson – decideva il da farsi?
R. Decidevamo tutti. Non c’era nessuno che imponeva le proprie idee. Questo e un punto molto importante, nessuno diceva “fai questo ..., fai quello ...”. Erano gli stessi ricercatori a decidere cosa fare. Credo che questo debba essere il modo corretto per lavorare in una buona università. Deve essere la curiosità ad orientare la ricerca. Le persone dovrebbero essere libere di decidere. Anche sulle cose apparentemente stupide si può sempre discutere: se si pensa che un’idea sia stupida la si deve dimostrare scientificamente. Se poi vengono studenti giovani a lavorare, occorre suggerire loro i problemi, poiché non avendo esperienza non sono in grado di individuarli da soli. Ma bisogna lasciarli liberi e non dirigerli troppo, altrimenti si rischia di compromettere la possibilità di ottenere risultati originali. E' molto importante che gli argomenti scientifici vengano decisi senza far riferimento alla posizione o all’età dei ricercatori. Alcuni laboratori sono organizzati gerarchicamente e nessuno può contraddire le decisioni del direttore. Una tale atmosfera porta alla staticità. Nel lavoro scientifico le idee dello studente più giovane devono avere la stesso spazio di quelle dei senior. Solo in tale atmosfera e possibile la creatività. Un laboratorio come il Cavendish e molto diverso da un laboratorio industriale, ove per realizzare un prodotto è necessario dirigere e stare attenti a non fare un cattivo uso dei soldi.
D. Nel Cavendish vi era una forma di divisione dei lavoro?
R. Per quanto riguarda i ruoli non esisteva una precisa divisione, tutto dipendeva dalla personalità di ognuno.
D. Come definirebbe la leadership di Bragg?
R. Bragg era un direttore meraviglioso e molto entusiasta. E' questa la funzione primaria di un direttore: deve saper motivare, interessare e coinvolgere i ricercatori. Quando si credeva di aver scoperto qualcosa, la prima persona ad essere informata era proprio Bragg, perché si era sicuri del suo entusiasmo e del suo appoggio. E' assolutamente vitale che chi dirige un laboratorio sia cosi, altrimenti i ricercatori perdono l'interesse e non si favorisce il dinamismo. Ogni volta che avevo un’idea o scoprivo qualcosa andavo da Bragg. Devi avere completa fiducia nel tuo direttore. Se invece credi che non sia onesto o che voglia appropriarsi le tue idee, e impossibile andare avanti. Le persone giovani avevano molto credito e molto spazio nel nostro istituto: era nella tradizione dei Cavendish. Ad esempio, in genere, sulle pubblicazioni i nomi dei giovani ricercatori seguono quello del professore. Al Cavendish questo non accadeva, i giovani firmavano da soli i propri lavori.
D. E come spiega la disponibilità mostrata da Bragg nel sostenere
la costituzione di un Laboratorio di biologia, in quello che era invece un affermato istituto di fisica?
R. La più grande ambizione di Bragg era quella di estendere l'analisi a raggi X alle molecole della vita. Gli altri fisici non erano dalla nostra parte. Senza Bragg non avremmo portato a termine il nostro lavoro. A quel tempo sembrava folle tentare di risolvere la struttura delle proteine e senza il suo aiuto non avrei mai ottenuto i finanziamenti. Bragg era uno dei più grandi scienziati inglesi ed aveva abbastanza autorità per convincere l'MRC a darci il supporto economico necessario. Ed io gliene sono molto grato.
D. Sembra, insomma, che la disponibilità di Bragg verso il nuovo abbia molto aiutato il lavoro di questo gruppo, fino a favorire la nascita della nuova disciplina: la biologia molecolare.
R. Si. Bragg teneva molto al successo del nostro lavoro. Il nostro gruppo aveva bisogno di uno spazio maggiore e l'altra parte del Laboratorio non era d’accordo, ma Bragg ci protesse.
D. Bragg ascoltava le vostre richieste? Vi dava dei consigli?
R. Quando c'era da prendere decisioni su quale idea implementare, Bragg rifletteva sulle nostre proposte. A volte tornava con una idea nuova, altre volte mi diceva che avevo sbagliato e la dimostrava. Al momento per me era deprimente, ma dopo capivo che era costruttivo: mi dava modo di procedere nella direzione giusta.
D. Ci furono in quel periodo dei conflitti all'interno del gruppo?
R. Non ne ricordo. Certo, c'erano molti punti su cui non eravamo d’accordo. Del resto quando si lavora in gruppo e sempre così.
D. Quante ore al giorno trascorreva in laboratorio? E Crick e Watson?
R. Tante lunghe ore, al mattino, al pomeriggio, dopo cena. Crick e Watson avevano orari molto irregolari, andavano a casa la sera molto tardi, addirittura al mattino. E molto importante che in un laboratorio non ci siano problemi di orario. Da noi c'era chi arrivava a mezzogiorno per finire poi molto tardi. E' importante l'informalità. Oggi, in alcuni istituti si timbra il cartellino. Il risultato è che tutti se ne vanno alle 17 e se c'è qualcosa di interessante da fare viene rinviata al giorno dopo. Gli scienziati hanno questo in comune con gli artisti: non si può vincolarne l'attività e l’ispirazione.
D. Quali erano i vostri rapporti al di fuori del laboratorio?
R. Il tempo libero trascorso insieme non era molto. Crick amava frequentare i party e Watson giocare a tennis. Kendrew aveva interessi artistici. Io invece spesso tornavo a casa, dalla mia famiglia.
D. Sembra che fosse assai diffusa, tra i ricercatori del Cavendish, la disponibilità allo scambio di idee, informazioni e risultati scientifici. Nel corso della giornata, c’erano dei momenti particolari in cui il canfronto avveniva?
R. Si. Era nella tradizione del Cauendish prendere il tè insieme. Era questa un'ottima occasione per scambiarci le idee. Crick e Watson però preferivano i pub.
D. Chi si preoccupava di selezionare i giovani ricercatori?
R. Era molto difficile che i giovani si unissero al nostro gruppo. Prima che diventassimo famosi, molti dei professori credevano che stessimo perdendo tempo e scoraggiavano gli studenti ad unirsi a noi. La selezione dunque era una preoccupazione di tutti, proprio perché era difficile trovare le persona giuste. Avevamo pochissimi research students e quelli inglesi erano ancora più rari. Tra questi ultimi c’erano dei bravissimi studenti: David Blow, che adesso e professore di Fisica all’Imperial College di Londra, ed Hilary Muirhead, ora all’Università di Bristol.
D. Al di là delle vicende che hanno portato alla rottura dei rapporti tra Watson e Crick, qual è il suo personale ricordo dei due giovani fermamente intenzionati a scoprire la struttura del DNA?
R. Tornando indietro nel tempo, mi sembrano due delle persone più intelligenti che mi sia mai capitato di conoscere. Allora era difficile dirlo. Ad esempio, Crick è uno degli scienziati più brillanti della nostra generazione, ma me ne sono reso conto solo dopo. Allora non era facile essere sicuri che la struttura del DNA fosse risolvibile.
D. Come nasce un'idea, ed in che modo la si implementa?
R. E' qualcosa di molto difficile da spiegare. Vi rispondo con due pensieri di Maxwell: “Quel che si definisce me stesso è, io credo, qualcosa di più grande di me stesso e che è dentro di me". "Dentro di noi esistono pensieri e potenzialità sconosciuti fino a che non emergono, mossi dall'agire della consapevolezza dove, in gran segreto, vive il sé. Forse non rispondono completamente alla vostra ultima domanda, ma mi sembrano due espressioni molto belle e poetiche... Adesso torno a giocare con i miei cristalli.

L’intervista al Nobel Max Perutz (Vienna,1914 Cambridge, 2002) che qui riportiamo fu pubblicata sulla Rivista IBM, anno XXIV, n. 1, 1988 e realizzata da Gilda Morelli e Gabriella Natoli nel Laboratorio del Medical Research Council, Cambridge, UK, il 20 gennaio 1988.
Gilda Morelli è vicedirettore di NEXT. Gabriella Natoli è ricercatrice all’ISFO