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07.05.2007

Formidabile quell'anno

Esattamente 50 anni fa Nature pubblicava un articolo che descriveva la struttura della molecola del DNA. Sebbene fossero in due a firmare il paper, la scoperta era figlia di molti, ed era nata in un ambiente particolarmente favorevole

24 aprile 2003

Cinzia Tromba

fonte: Airone, quaderno "Geni e cloni"

C'è chi l'ha paragonata a Monna Lisa. Una gioconda dell'era scientifica. In effetti, per la potenza con cui ha permeato l'immaginazione di ognuno - e persino l'arte contemporanea - la molecola del DNA è un'icona che non teme eguali. La spirale più famosa di tutti i tempi, la scala a chiocciola più affascinante. La doppia elica. Oggi DNA è parola sulla bocca di tutti, anche se solo pochi saprebbero sciogliere l'acronimo, ottenuto dalla versione inglese (DesoxyriboNucleic Acid) di acido desossiribonucleico. Una parola citata spessissimo: "è nel DNA", "ci vorrebbe un test del DNA". E, sovente, a sproposito.

A pensarci oggi, sembra strano che solo 50 anni fa, al di fuori del ristretto circolo degli esperti, non si sapesse quasi nulla di DNA. E che quel poco che si conosceva non fosse ritenuto degno di molta attenzione. A quel tempo le vere star erano altre. Erano le proteine, mattoni e manovali - al tempo stesso - nel grande cantiere cellulare, ad attirare la maggior parte delle ricerche. Poi, come accade frequentemente nella storia della scienza, una serie di circostanze, di cervelli, di caratteri si trovano in una combinazione particolare che permette di imprimere quella svolta al corso della ricerca da cui scaturisce "la scoperta". Scoperta che, malgrado le apparenze, non è mai frutto di un colpo di genio individuale, o di poche intelligenze, ma, piuttosto, emerge dall'incontro, per molti versi fortuito, di una serie di circostanze favorevoli maturate in un determinato contesto storico.

Per il DNA non è andata molto diversamente, come vedremo.

Dove stava la ricerca prima del 1953

Negli anni immediatamente precedenti la scoperta della struttura molecolare del DNA la ricerca biologica, come si è detto, privilegiava le proteine. Molecole costituenti parti essenziali di cellule e organi (dalle fibre dei muscoli alla cheratina dei capelli) ma anche molecole (gli enzimi) necessarie per catalizzare reazioni fondamentali. Insomma, le proteine sembravano la vera materia pulsante di vita.

A quell'epoca, non solo si sapeva ancora poco del DNA, ma molti studiosi si dimostravano scettici di fronte all'idea che questa molecola, scoperta più di 80 anni prima (vedi box) potesse rappresentare la sede fisica dei geni, le unità responsabili della trasmissione delle caratteristiche erditarie. Allora circolavano idee molto confuse e contrastanti per quanto riguarda la sostanza di cui era costituito il materiale ereditario. Anzi, per molti scienziati quello di gene era soprattutto un concetto, un'astrazione; ben diverso dalla materialità fattiva delle proteine. Le sole, secondo una linea di penisero condivisa da molti, ad avere le caratteristiche giuste per costituire il vero materiale ereditario: la loro grande variabilità sembreva molto più adatta allo scopo della staticità della molecola di acido nucleico (pregiudizio che verrà definitivamente gettato nel cestino con la scoperta del codice genetico). E' così che esperimenti che ora appaiono cruciali a quei tempi ottennero scarsissima attenzione perché erano in controtendenza rispetto alle opinioni più diffuse.

Per tornare al DNA, alla fine degli anni quaranta si sapeva che era costituito di una sequenza di basi, molecole a forma di anello appartenenti a due famiglie: quelle pirimidiniche, timina (T) e citosina (C) formate da un solo anello, e quelle puriniche, adenina (A) e guanina (G) formate da due anelli. Si sapeva inoltre che nella costituzione della molecola entravano anche uno zucchero (il desossiribosio) e gruppi di acido fosforico. E che nel nulceo il DNA era associato a proteine.

Il background della scoperta di Watson e Crick

Come si è detto, le scoperte - grandi e piccole - della scienza non sbocciano dal nulla. Così, il lavoro di Watson e Crick deve molto a una serie di progressi ottenuti in quegli anni in diversi filoni di ricerca: la messa a punto di tecniche di cristallografia a raggi X nello studio delle molecole organiche; la dimostrazione da parte di Erwin Chargaff che nella molecola del DNA il numero di basi A e T e di basi G e C è uguale; la scoperta di Linus Pauling che le molecole di alcune proteine assumono forme elicoidali e, infine, gli studi dei genetisti, che accumulavano indizi sempre più convincenti che il vero materiale contenuto nei cromosomi responsabile della trasmissione dei caratteri, dell'ereditarietà, non fossero le proteine, ma il DNA.

Certo, a quell'epoca, e ancora per qualche tempo dopo, nessuno metteva insieme in un quadro unitario tutti questi risultati. E, come accade spesso con le novità, buona parte del mondo accademico non era pronto ad accoglierne le implicazioni e neppure a riconoscerne il valore. Gli esperimenti di Avery, McLeod e McCarty sugli pneumococchi, per esempio, avevano dimostrato per la prima volta, e con un'indiscutibile eleganza, che le caratteristiche ereditarie erano convogliate dal DNA e non, come molti credevano, dalle proteine. Eppure, per molto tempo questi risultati non sono stati riconosciuti. (Il riscatto è venuto anni dopo. Nel 1994, in una lecture alla Rockefeller University, Joshua Lederberg ha definito il lavoro dei tre genetisti "la più importante scoperta della bioloogia del ventesimo secolo".)

E' in questo contesto storico e scientifico che si sono trovati a lavorare James Watson e Francis Crick.

James Watson incontra Francis Crick: il resoconto di Max Perutz

"Un giorno di settembre del 1951 una giovane testa dai capelli tagliati corti, stile militare, da cui spuntavano un paio di occhi sporgenti, si affacciò alla porta del mio studio e, senza neppure salutare, chiese: "Posso venire a lavorare qui?". Era Jim Watson, che voleva unirsi alla piccola équipe di entusiasti della biologia molecolare che a quel tempo dirigevo al Laboratorio di fisica di Cambridge". Così Max Perutz, il chimico a cui si deve la scoperta della struttura dell'emoglobina (la proteina del sangue che trasporta l'ossigeno in tutto il corpo) ricorda il suo primo incontro con il giovane James Watson, appena giunto dagli Stati Uniti fresco di laurea in genetica.

Nel gruppo di Perutz lavoravano un altro chimico (John Kendrew) e due fisici, Hugh Huxley e Francis Crick. Tutti condividevano la convinzione che la chiave per capire la natura della vita era la comprensione della struttura atomica della materia vivente, e che la fisica e la chimica sarebbero state le discipline cardine in questa ricerca.

"L'arrivo di Watson ebbe un effetto elettrizzante sul nostro gruppo" ricorda Perutz nel libro scritto poco prima di morire, I wish I'd made you angry earlier (Cold Spring Harbor Laboratory Press,1998). "Ci costrinse a a guardare alla materia dei nostri studi da un punto di vista genetico. Lui non si limitava a chiedersi "qual è la struttura atomica della materia vivente?", ma piuttosto: "qual è la struttura del gene che la determina?"". Le questioni di Watson trovarono un'eco nel fisico Francis Crick, che aveva cominciato a maturare un approccio simile. Crick allora aveva 34 anni, dodici in più di Watson, ragazzo prodigio che aveva cominciato gli studi universitari a 15 anni e aveva ottenuto il dottorato in genetica a 20.

"Quei due" sono ancora le parole di Perutz "condividevano la sublime arroganza propria di uomini non usi a incontrare intelligenze al loro livello". Per il resto, erano molto diversi l'uno dall'altro. Francis Crick era il tipico britannico: alto, biondo, dandy, con l'accento molto british delle classi alte; Watson invece pare si aggirasse per i laboratori come un vagabondo, con ai piedi l'unico paio di scarpe che si faceva un vanto di non pulire per un intero semestre (cosa di per sé scandalosa nell'ingessata Gran Bretagna degli anni cinquanta). Ma erano assolutamente complementari: Crick aveva una profonda conoscenza della fisica, senza la quale non si sarebbe potuta svelare la struttura del DNA; Watson, da parte sua, aveva una conoscenza intuitiva delle caratteristiche che il DNA doveva possedere per avere un senso dal punto di vista genetico.

Rosalind Franklin

Poco distante, al King's College, lavorava una giovane donna molto dotata, una chimica fisica che si era costruita una fama per la sua abilità nel maneggiare la tecnica della cristallografia ai raggi X, un metodo allora molto in voga per studiare la struttura delle molecole. Era Rosalind Franklin. Il suo nome non è mai associato a quello dei padri del DNA. Eppure, senza il suo lavoro probabilmente la struttura dell'acido desossiribonucleico sarebbe rimasta ignota più a lungo. Sono sue, infatti, le fotografie del DNA colpito dai raggi X che rivelavano chiaramente la struttura elicoidale della molecola e che hanno colpito l'immaginazione di Watson e Crick.

Watson aveva sempre avversato l'idea, propugnata da alcuni, che nel DNA entrassero a far parte tre filamenti. La prova della struttura elicoidale della molecola era quello che cercava per provare la sua intuizione.

Fu così che nel 1953 lui e Crick pubblicarono su Nature il loro modello di DNA: due filamenti con uno scheletro costituito da molecole di zucchero (desossiribosio) unite l'una all'altra da molecole di acido fosforico avvolte intorno a un asse centrale a formare un'elica (doppia) al cui interno sporgono le basi che, legando ognuna quella affacciata con una alta specificità (A si appaia solo con T e G con C), contribuiscono a tenere uniti i due filamenti.

"Chiaramente Rosy non ci diede direttamente i suoi dati" ammette candidamente James Watson nel suo best seller La doppia elica, pubblicato nel 1968. "Non solo: nessuno al King's College aveva capito che quelle foto erano nelle nostre mani". Ma all'epoca di questa ammissione erano passati più di 15 anni dai fatti, nel 1962 James Watson, Francis Crick e Maurice Wilkins (il collega di Franklin che aveva mostrato le foto a Watson) avevano ricevuto il premio Nobel per la scoperta della struttura del DNA. E, soprattutto Rosalind Franklin era morta nel 1958, a 37 anni, per un tumore alle ovaie.

Una scoperta che allora non fece epoca

Al momento della sua pubblicazione su Nature, il 25 aprile 1953, la pagina firmata da Watson e Crick che proponeva la struttura a doppia elica della molecola del DNA non ottenne molta attenzione. Dovettero passare diversi anni prima che si comprendesse appieno la portata di questa scoperta. Gli stessi autori sembrano cauti. "Non ci è sfuggito" scrivono nelle conclusioni dell'articolo "che l'appaiamento specifico delle basi postulato nel nostro modello suggerisce immediatamente un possibile meccanismo di trascrizione del materiale genetico".

C'è voluto il lavoro di altri scienziati, altre scoperte e, soprattutto, si è dovuto risolvere il problema della replicazione del DNA (cruciale in questo senso è stata la scoperta dell'enzima che sintetizza il DNA, la DNA polimerasi) prima di arrivare alla dimostrazione definitiva che il materiale ereditario dei cromosomi è DNA e di giungere all'altro traguardo capitale della biologia moderna: la decifrazione del codice genetico. Lavoro al quale il fisico Francis Crick ha dato un contributo fondamentale. A lui, infatti si deve la proposta del famoso "dogma centrale" della biologia, secondo il quale l'informazione biologica, contenuta nelle sequenze di basi degli acidi nucleici e negli aminoacidi delle proteine, fluisce in una sola direzione. Dagli acidi nucleici alle proteine, e mai viceversa.