07.05.2007
Perchè il sangue è rosso
Perché l'erba è verde o perché il nostro sangue è rosso
sono misteri che nessuno è riuscito a penetrare". Sotto questi
versi di John Donne, in un articolo uscito su Le Scienze nel 1978, il cristallografo
Max Perutz, premio Nobel per la chimica, raccontava come aveva svelato nel
1950 "il secondo segreto della vita": l'architettura dell'emoglobina
che dà al sangue il suo colore. Il "secondo", non perché il
primo fosse la clorofilla e il suo ruolo nella fotosintesi vegetale. L'aggettivo
era dettato un po' dalla modestia e parecchio dalla civetteria: i lettori della
rivista ben sapevano che il primo segreto, l'architettura del Dna e quindi
dei geni, era stato svelato nel 1953 nello stesso laboratorio di Cambridge,
il mitico Cavendish che Perutz dirigeva. Uomo di una cultura immensa, spiritoso
e affascinante (degno nipote dello scrittore Leo Perutz, l'altra "pecora
nera" di una famiglia di banchieri viennesi), Max Perutz è morto,
a 88 anni, pochi mesi fa. Non ha fatto in tempo a vedere i primi passi del "sangue
sintetico", l'applicazione più inattesa della sua scoperta. Per
ora esiste sotto due marchi per i quali si stanno concludendo gli esperimenti
clinici negli Stati Uniti, l'Hemopure e il Polyheme. Entro l'anno prossimo
potrebbero ricevere dalla Food and Drugs Administration l'autorizzazione alla
messa in commercio. Il primo è già usato in alcuni ospedali
sudafricani. Il governo di Pretoria, con una decisione comprensibile, non ha
aspettato i risultati degli esperimenti americani perché l'epidemia
di Aids è tale che i donatori sani non bastano. Un terzo prodotto, l'Hemolink, è usato
in Ontario e in altri Stati del Canada, sulla base del cosiddetto "protocollo
compassionale": quando è l'ultima speranza rimasta ai pazienti,
o per i testimoni di Geova che rifiutano le trasfusioni "naturali".
Quando la cosa funziona, i risultati non sono buoni ma ottimi: i pazienti che
ricevono sangue sintetico dopo un intervento chirurgico - e certi interventi
ne richiedono "una piscina" come diceva l'immunologo David White
uscendo, pallido e sconvolto, dalla sala operatoria dopo aver assistito a un
trapianto di fegato - si riprendono a una velocità spettacolare. Dopo
poche ore sembrano essere stati operati da una settimana. Ma purtroppo non
sempre la cosa funziona, sono troppi i casi di ipertensione. E poi il sangue
sintetico ha un effetto a breve termine. Serve da ponte finché la produzione
di globuli rossi non torna normale, mentre per certe malattie ne occorrerebbe
in continuazione, con effetti collaterali pericolosi. Anche se si chiama "sangue
sintetico" o "artificiale", in realtà è emoglobina.
Contenuta nei globuli rossi, è "la proteina vitale che trasporta
l'ossigeno dai polmoni ai tessuti e facilita il ritorno dell'anidride carbonica
ai polmoni", scriveva Perutz con tono didattico. Nella conversazione,
invece, la chiamava la "molecola stupenda". Con le mani annodava
nell'aria atomi di carbonio, idrogeno, azoto, atomi banali ma organizzati in
una struttura follemente complicata e dinamica di amminoacidi, istidina, valina.
E a un'estremità dei loro filamenti piazzava con un dito un unico atomo
di idrogeno. Una molecola animata da un ritmo pulsante: "Pare una creatura
viva", diceva, e schioccava piano le labbra a imitarne il suono: "Pop,
pop, pop". Ci sono molte altre cose, nel sangue, oltre ai globuli rossi
e alla loro anima pulsante: piastrine, globuli bianchi, un plasma di acqua
e sali. Ma se il cuore pompa il carburante e l'intera macchina continua a muoversi, è per
via di un atomo di ferro, posto come un uovo in un nido fatto di porfirina,
il nome poetico degli stessi atomi banali di prima, ma disposti in un altro
modo a formare il "gruppo eme" circondato dalle catene aggrovigliate
di istinina e di valina. Così è fatta l'emoglobina. Secoli prima
di saperlo, già si facevano trasfusioni. Ne ricevette una Innocenzo
VIII, il papa che era rimasto in coma dopo un colpo apoplettico infertogli
dal Signore per punirne la simonia, come si mormorava allora: non gli giovò e
nemmeno lo danneggiò, visto che non ne morì. Nel 1628 l'inglese
William Harvey descrisse il meccanismo della circolazione sanguigna, e in pochi
decenni si cominciarono a fare trasfusioni da cane a cane, e poi da cane a
uomo, queste ultime regolarmente fallite. Il francese Jean-Baptiste Denis divenne
celebre in tutta Europa quando nel 1667 "curò" con sangue
di pecora un ubriaco "non più in sé e cianotico in volto" che
aveva raccattato per strada. Il caso è rimasto negli annali della medicina
perché l'uomo, incredibilmente tornato in sé, prima si lasciò docilmente
esibire ai medici del Re Sole, poi disprezzò il vitto e l'alloggio di
casa Denis e tornò dalla moglie. Che se lo tenne nonostante la picchiasse
e, quando il marito morì pochi mesi dopo, volle intentare causa al
Denis, una prima per la Francia. Saltiamo un secolo e mezzo di atrocità praticate
su vagabondi e condannati a morte, che chiarirono quanto convenisse limitarsi
al sangue umano. Anche così tuttavia in Inghilterra James Blundell
perdeva un paziente su due e, come i suoi colleghi europei, non se ne capacitava.
Finalmente Karl Landsteiner, un austriaco, identificò i gruppi A, B
e O (e anni più tardi quelli M, N e P nonché il fattore Rhesus),
e due italiani il gruppo AB. Le conoscenze aumentavano insieme al progresso
degli strumenti e dei metodi, e soprattutto grazie alla creazione delle banche
del sangue durante la prima guerra mondiale. Si imparò a evitare che
il sangue raccolto coagulasse, che formasse cristalli una volta congelato,
e a separare dal plasma piastrine e globuli. Successe un po' come al petrolio:
dalla materia prima, il sangue grezzo, vennero estratti prodotti raffinati
e distinti per malattie distinte. Una grande invenzione, secondo noi ingiustamente
misconosciuta, risale al 1950. Più o meno mentre Max Perutz arrivava
dopo vent'anni di sforzi a disegnare l'emoglobina, gli americani Carl Walter
e W. P. Murphy ebbero l'idea di sostituire i flaconi di vetro in cui si raccoglieva
il sangue con borse di plastica (derivata dal petrolio, appunto). Con una cascata
di conseguenze pratiche che sarebbero da elogiare, se non fossero fuori tema.
Fra tutti i derivati del sangue, i più usati - e il secondo salvavita
dopo gli antibiotici - sono i globuli rossi. Qualcuno ha calcolato che nei
Paesi occidentali circa 95 abitanti su 100 hanno bisogno di quelli altrui,
un giorno o l'altro, prima di ritrovare la capacità di far circolare
l'ossigeno nei propri tessuti e di asportarne l'anidride carbonica. Con il
risultato che le trasfusioni, moltiplicandosi, hanno moltiplicato le occasioni
di contagio, per esempio con il virus dell'Aids o quello dell'epatite C. Purtroppo
per identificare agenti patogeni occorre che siano già noti, e non è detto
che in questo momento le scorte di emoderivati non siano inquinate da agenti
ancora ignoti. Da qui l'interesse per il "sangue sintetico" che una
manciata di aziende biotech sta creando in laboratorio. È fatto di emoglobina
ricavata dal sangue di bovini, o dal sangue umano "di scarto", e
poi purificata. Ha innumerevoli vantaggi. Si conserva per mesi e addirittura
anni senza dover essere tenuto a temperature bassissime, è privo di
quelle proteine che sui globuli rossi contrassegnano i diversi gruppi sanguigni
e li rendono incompatibili tra loro. Le molecole di emoglobina sono molto più piccole
dei globuli rossi: arrivano dove questi non passano, per esempio oltre il coagulo
che blocca un'arteria, facendo tornare efficienti i tessuti del cuore o del
cervello a monte dell'ostruzione. Nella stampa statunitense, si legge in questi
mesi dei "miracoli" compiuti dal sangue sintetico, quasi fosse
stata organizzata una campagna promozionale. Harvey Klein, che dirige le ricerche
sulla trasfusione degli Istituti americani per la sanità (Nih) chiede
però di avere pazienza. "Ci vorranno anni di esperienza accumulata
con migliaia di pazienti, prima di capire come usarlo senza fare errori",
dice. Teme che la campagna faccia pensare ai volontari, già scarsi,
di essere diventati d'un tratto superflui. Nei millenni prima della genetica,
si credeva che i caratteri ereditari fossero trasmessi dal sangue, e in quasi
tutte le lingue del mondo ne rimane traccia in espressioni come "buon
sangue non mente". Ciò nonostante, appena si è saputo come
farne trasfusioni, molta gente ha cominciato a donare quel bene così intimo.
Persino gente che non si sognerebbe mai di regalare i propri geni a sconosciuti.
Persino i soldati, pur sapendo che la Croce rossa l'avrebbe usato anche per
salvare soldati nemici. È un gesto anonimo, solidale al di là degli
affetti o degli egoismi di clan, uno dei comportamenti più civili che
ci vengano in mente. Per questo, prima che l'emoglobina di origine animale
o umana sia messa in commercio, ci piacerebbe che l'Organizzazione mondiale
della sanità ne acquistasse i brevetti e ne garantisse la gratuità.
La parola sembra stonata in questi tempi di inni al mercato. Eppure se il sangue
non rimanesse un dono ci rimetteremmo un po' di civiltà, un po' di umanità.
Altre parole ridicole per quelle cose che non si vendono, non hanno un prezzo
eppure si chiamano, paradossalmente, valori.